Consigli di lettura n.20 Aprile

daniela.santroni | aprile 9th, 2013 - 15:16

I consigli di lettura della settimana:

O la borsa o la vita di Eduardo Mendoza

Due in uno di Sayed Kashua

Non gioco più, me ne vado di Gianni Mura

La parmigiana e la rivoluzione di Don Pasta

Eduardo Mendoza “O la borsa o la vita” Feltrinelli 14€

Un parrucchiere per signora senza clienti e senza un euro in tasca, con trascorsi in manicomio, convinto da una tenera bambina di nome Formaggino, si trasforma in insospettabile segugio per ritrovare un vecchio amico più folle di lui, l’elegante rapinatore Rómulo il Bello.
Il detective arruola una mirabolante e strampalata squadra: Flint il Dritto, ex truffatore riciclatosi in statua vivente; il Juli, un africano albino, anche lui scultura umana; Svampithasi Rhapa, proprietario di un centro yoga; la Moski, vecchia militante un tempo iscritta alla gioventù stalinista che ora suona la fisarmonica nei bar; il motopizza Menelik e persino la sorella Cándida, ex bella di notte. Formaggino non solo è l’unica ad avere un cellulare e a conoscere internet, ma sa anche aprire qualsiasi porta con le forcine. Il nostro eroe resiste a stento alle grazie della vamp Lavinia, riceve gli agrodolci consigli del nonno Siau, capostipite della famiglia cinese che gestisce il bazar davanti al suo salone di bellezza, e incappa in un garbuglio internazionale: il temibile terrorista Alí Aarón Pistolino prepara un attentato contro Angela Merkel in visita a Barcellona. E nella cancelliera si riaccende la nostalgia per un remoto spasimante spagnolo…
Satira, parodia, humour sono alla base di questo giallo spassoso, che fa sorridere a ogni pagina e al contempo riflettere sullo sbilenco futuro di quest’Europa della finanza, che ci chiede la borsa e insieme la vita.

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Eduardo Mendoza è nato a Barcellona nel 1943, dove è tornato a vivere nel 1982 dopo quasi dieci anni trascorsi a New York. Riconosciuto come uno dei maggiori narratori spagnoli, ha scritto numerosi romanzi tutti pubblicati in Italia da Feltrinelli: Il mistero della cripta stregata (1990), L’isola inaudita (1991), Nessuna notizia di Gurb (1992), La verità sul caso Savolta (1995) e Il Tempio delle signore (2002).

La recensione di “El pais” tradotta da “Internazionale”


 

Sayed Kashua “Due in uno” Neri Pozza 19€

Beit Safafa è il quartiere più ricco di Gerusalemme est. Prediletto dagli Arabi israeliani provenienti dal nord, il quartiere ha prezzi di case, carne e altri generi di prima necessità così alti che nelle panetterie vi sono due tariffari, uno per i locali e un altro per gli immigrati. A Beit Safafa vive l’avvocato protagonista di queste pagine, un giovane procuratore con una promettente carriera da prin­cipe del foro gerosolimitano davanti a sé. Vive in una villetta, due piani con salotto spazioso, cucina ultramoderna e due ampie stanze da letto. E ogni giorno raggiunge il centro a bordo della sua elegante Mercedes nera. Insomma, l’avvocato è, come si usa dire, un uomo che ne ha fatto di strada, un bravo ragazzo che ha di certo realizzato il sogno di sua madre, comune a tutte le madri arabe in Israele: avere un figlio medico o avvocato di successo.Tuttavia, ha anche un cruccio che l’affligge non poco. Si vergogna delle sue lacune in fatto di mu­sica, letteratura, teatro e cinema. Lacune rilevanti, visto che suoi colleghi israelia­ni parlano disinvoltamente di tali argomenti. Perciò, di tanto in tanto fa una capatina in una vecchia libreria a dare una sbirciata ai titoli di narrativa raccomandati da Ha’aretz, il giornale cui è opportunamente abbonato. Un giorno, nel settore dei libri usati della libreria, scopre, e decide di comprare all’istante, una copia gualcita di Sonata a Kreutzer, il celebre racconto di Tolstoj, che sua moglie gli ha una volta stranamente menzionato. La sera a letto, prima di spegnere la luce sul comodino, sfoglia delicatamente il libro e, a pagina centodue, si ritrova tra le mani un minuscolo bigliettino bianco, con un testo scritto in arabo con la grafia di sua moglie: « Ti ho aspettato e non sei venuto. Spero che vada tutto bene. Volevo ringraziarti per la notte scorsa, è stata meravigliosa. Mi chiami domani?». Da quell’istante l’avvocato dismette i panni del professionista illuminato e prende quelli dell’arabo consumato dal sospetto e dalla gelosia. Umiliato nel suo onore, comincia a seguire la moglie per le strade di Gerusalemme, cercando di scoprire il suo tradimento. Si imbatterà in un giovane assistente sociale arabo, che accudisce un israeliano in stato vegetativo dopo un incidente, e cerca anche lui di trovare il suo posto nel mondo.

Romanzo che descrive magnificamente l’incontro-scontro tra i due mondi, arabo ed ebraico, in una Gerusalemme dov’è impossibile non schierarsi dall’una o dall’altra parte, e dove ogni scelta è gravida di conseguenze, Due in uno ha ottenuto uno straordinario successo di critica e di pubblico in Israele.

Sayed Kashua, scrittore e giornalista arabo israeliano, è nato nel 1975 a Tira, in Israele. Ha studiato sociologia e filosofia alla Hebrew University di Gerusalemme. Autore di altri due romanzi scritti in ebraico, Arabi danzanti (2003) seguito da E fu mattina (2005) (Guanda), Kashua scrive colonne satiriche sul quotidiano Ha’aretz e sul settimanale Kol Ha’Ir, dove dipinge con umorismo i problemi incontrati dagli arabi in Israele e la difficoltà di conciliare le due realtà. La sua sitcom Avoda Aravit, scritta in arabo e trasmessa sul secondo canale della televisione israeliana, mette in scena una coppia di giovani arabi in cui il marito giornalista, desideroso di integrarsi nell’ambiente culturale ebraico dominante, si trova ad affrontare situazioni esilaranti che sottolineano il razzismo e l’intolleranza di entrambi i mondi. Kashua vive in un quartiere ebraico di Gerusalemme con la moglie e i due figli.


Gianni Mura “Non gioco più, me ne vado” Il saggiatore 17€

Il giorno prima, l’attesa lieve, agitatissima: cosa accadrà? E poi è il giorno. Lo stadio è una muraglia di colori, di cori, di rumori. Ai lati del percorso gli appassionati di ciclismo si accalcano, attendono, scalpitano sui sandali. Sfilano i campioni in campo. I panchinari. Gli arbitri. Il quarto uomo. Sfilano i campioni sulla strada. I gregari. I fotografi. I suiveurs e i giornalisti. Il durante e il dopo. L’attesa, la tensione, la rassegnazione, la gioia. L’euforia. La poesia. Questo è un libro di sport, di calcio e di ciclismo. Di poesia. Non gioco più, me ne vado: un libro su di noi, che ci riconosciamo in quelle sfide, in quei momenti. Come eravamo, dove eravamo, quando Tardelli urlava sotto il cielo di Madrid, e dove quando, nel 2006, il cielo di Berlino si tingeva d’azzurro e noi ridevamo, piangevamo, urlavamo. Come e dove quando Pantani volava sul Galibier, e come e dove e quando e perché Pantani chiuse le ali in quell’alba grigissima, in quella grigia stanza d’albergo. C’è tutto questo, c’è il giorno memorabile e il giorno comune, il giorno euforico e il giorno disperato, in questo libro. E il giorno come un altro. Non ancora compiuti vent’anni, Gianni Mura inizia la sua carriera alla Gazzetta dello Sport. Assiste alle partite di provincia, ma subito dopo si trova a raccontare, nel 1965, quello che succede sulle salite estreme, strette, affollate, e sulle discese ventose del Giro. Ci sono giorni che non si possono dimenticare. Ci sono giorni, ci sono anni, che sono ormai troppo lontani, i giorni di ciclisti in bianco e nero, che qui Gianni Mura disegna, come in diretta, come in una macchina del tempo, e sono veri e propri quadri d’epoca. Ci sono giorni in cui è come se una nuvola avvelenata ammorbasse l’aria. Sono quelli in cui si scopre che il calcio non è più sport, che il ciclismo non è più sport; quando si perde e non si è sicuri di aver perso davvero, perché sono i giorni, gli anni, del calcio truccato dalle scommesse, del doping rabbioso e compulsivo. Ci sono giorni poi in cui si può – come in questo libro – ripercorrere tutto, come se fosse la prima volta; attraversare vicoli che non abbiamo mai attraversato; guardare scorci di cielo che no, non avevamo mai notato. Colli, pianure e distese e le note di Jean Ferrat e George Brassens. I borghi illividiti dalle furie del tempo. I colori e i profumi della Provenza e di Sanremo. Le passeggiate nei cimiteri marini. Odore di strada. E di vino forte. E così ci ritroviamo lì, ai Mondiali del 1982. Grazie a loro, siamo andati in giro a cantare, a gridare, a baciarci, a tamponarci. Era come aver avuto la patente d’esser vivi. E, ora, lo riviviamo. Siamo nel 1985. C’è un uomo, al comando della nave dei sogni: la sua maglia è azzurra, il suo sinistro non perdona. Il suo nome è Diego Armando Maradona. E poi Bartali e Coppi, il rigore di Baggio, e Paolo Rossi e Zoff, e Ian Rush, che beve birra al pub, Chiappucci, Gimondi, Bitossi Cuorematto e Ronaldo e Platini e Gigi Riva. I mondiali, gli europei, i paesaggi e l’odore di primavera. I pianti. Le gioie. La nostalgia. «Nostalgia di te, Gioann» scrive Gianni Mura a Gianni Brera. Dicono che la nebbia sia il vestito migliore, nella Lombardia di pianura. In questo libro, però, la nebbia appare e poi scompare, spolvera la cosmetica del ricordo, e quello che rimane sono le corse e le lotte e i pianti e le risate e, insomma, la vita.

Gianni Mura, giornalista e scrittore, è dal 1976 cronista sportivo della Repubblica. È stato inviato della Gazzetta dello Sport e ha scritto anche per il Corriere d’Informazione ed Epoca. È autore dei romanzi Giallo su giallo (Feltrinelli, 2007) e Ischia (Feltrinelli, 2012). Nel 2008 minimum fax ha pubblicato Lafiamma rossa. Storie e strade dei miei Tour.


Don Pasta “La parmigiana e la rivoluzione” Stampa Alternativa 14€

Cucinare è un atto politico. Lo è la parmigiana di mia nonna, fatta solo in agosto, periodo delle melanzane di stagione…
Questo è l’incipit de La Parmigiana e la Rivoluzione.
Come John Belushi, donpasta è in missione per conto delle nonne.
Dj dalla buona forchetta e dalla festa assai facile, ha scritto il suo Manifesto per una cucina militante dopo avere scoperto che l’Ilva, oltre ad aver ucciso gente, aveva avvelenato di diossina le cozze di Taranto, le migliori al mondo, che la massaia di fiducia non poteva più vendere le sue ricotte fatte bollire in casa e che nelle scuole non si potevano più portare i dolci fatti dalla mamma per il compleanno dei figli.
Dopo il successo di critica e pubblico dei suoi due precedenti libri e dopo aver girato il mondo con il suo spettacolo, donpasta ritorna a scrivere di cibo. Il suo è un omaggio alla cucina popolare, democratica, creativa, sana, ambientalista, festaiola, meticcia, tollerante, antitetica alla cucina dei cuochi VIP e di quella di plastica delle TV.
Per questo, donpasta è arrivato alla conclusione che a tavola la forchetta va sempre messa alla sinistra del piatto.

Don Pasta, Coltrane e la pasta aglio e olio. Video da you tube

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