IRF 2011 … come è andata vol 1

daniela.santroni | luglio 14th, 2011 - 15:28

Pubblicato su www.rollingstonemagazine.it – 8 luglio 2011

di STEFANO CUZZOCREA

 

 

 

“Nel mainstream non piove”. C’è qualcuno che lo dice e ci crede davvero. Intanto i festival italiani fanno acqua da tutte le parti. Inutile dare la colpa a quest’estate bizzarra, dal punto di vista climatico: se le rassegne italiane migrano, di regione o addirittura di nazione, non si può dare la colpa ai temporali, quelli sono passeggeri. Il secondo giorno dell’Indierocket 2011, ad esempio, il diluvio sembrava aver distrutto tutto. Eppure è bastato abbandonare l’idea del sabato e far slittare i set alla domenica. Chi è caparbio trova sempre una via d’uscita. Purtroppo i seminali Shy Child non hanno potuto aspettare e sono volati via, con i bagagli non ancora disfatti, ma non esiste in città un club capace di ospitare la performance: sono tutti dismessi. Pete e Nate avrebbero suonato ovunque, senza vezzi da star, ma è finito tutto in uno show enogastronomico al retrogusto di dj-set spontaneo e assai etilico. Quando l’obiettivo è lo stesso le rinunce pesano di più e la paura è che la tempesta continui. L’importante però è avercela fatta. Il come, invece, è una questione che dipende dai punti di vista: “la più bella delle 8 edizioni”, affermano contenti gli organizzatori, “la più disastrosa dal punto di vista economico”, invece, secondo i loro economi.

Strano? Pare più assurdo negare la solita location e un sostegno economico, anche minimo, da parte degli enti locali. Eppure l’appuntamento è ormai un’istituzione. A ben vedere, però, esaminando le analoghe esperienze nazionali, sembra una politica consolidata, che costa, in questo caso, un passivo pari a quasi un terzo del budget necessario. Che sia una scommessa troppo rischiosa quella di scommettere sui giovani? Il dubbio è lecito, come tutta la trafila. Del resto uno spot ridonante domanda a chi non “piace vincere facile?”, dunque, per analogia, è meglio assecondare i grandi nomi che puntare sul futuro. Sul palco pescarese, al contrario e per coerenza, si sono alternati quelli che saranno i nomi caldi della prossima stagione. Equazioni che non daranno risultati tipo milioni di dischi venduti, oppure hit da classifica, ma incognite svelate, nella più piena tradizione di una scienza che non si risolve con la logica del business.

L’imperativo è ricerca. Scrutare l’underground, cibandosi di linfa vitale, per usare un’espressione poetica, o solo di radici, se ci si vuole riempire la pancia in questa economia dello spettacolo che premia solo le grandi catene alimentari. Il punto è che Peter Kernel non lascia a bocca asciutta, anzi. Il loro album uscirà in autunno per la label Africantape e ha un sound che ricorda le cose migliori di Prinzhorn Dance School, con più luce e meno figa, ma anche la New York del post-punk e degli intrugli fra arty e funk. Due maschietti e una signorina che disdegnano il power trio in favore di un meticciato figlio di Canada e Svizzera, le loro nazionalità, se pure, per strane dinamiche migratorie, parlano bene l’italiano e cantano in inglese, alla faccia del becero patriottismo. Gli Oscillation sono ancora meglio. È amore a prima nota. Matrice kraut e attitudine cosmic. Più unici che rari, come i visual che amano proiettare durante i loro show: creati all’istante, con liquidi e vetrini, da un fido compagno di viaggio. Difficile dimenticarli.

I Trans Am chiudono la prima sera. Chi siano e cosa suonino non andrebbe neppure spiegato, tanto ha fatto ormai storia il loro modo di intendere la funk-psicadelia-post-hendrixiana in chiave rock. Sebastian Thomson si conferma un matto dal talento ritmico, alterna le bottiglie alle bacchette, il fegato alla batteria, l’Abruzzo agli Usa. Sì, è un batterista innamorato di Pescara, una predilezione che avrà un senso, per i comuni spettatori, solo parecchi arrosticini più tardi e dopo una lunga permanenza nel backstage. Senza vedere il festival dal didentro non si può comprendere quanto entusiasmo e dedizione vengano infusi, da ben otto anni, su quel palco. Intonare the show must go on, dopo essersi fatti crescere i baffi, è una cosa semplicistica e anacronistica, e invece bisogna andare oltre. Il giorno dopo, tra cambiali e temporali, si apre un microcosmo differente, fatto di amici, passione, professionalità e sogni non ancora infranti. Ma ci vorrà solo domenica tre per intravedere delle schiarite.

 

Foto di Roberto Panucci 

 

Chi era arrivato in città per un week end all’insegna del r’n’r ha abbandonato il campo, in favore dell’orario d’ufficio ad attenderlo dietro la scrivania il lunedì. Il sabato è scivolato sotto una pioggia torrenziale che rischia di buttare a mere tutto il resto. Ma è allora che la città si stringe sotto il palco. Magari sarà anche per una domenica senza campionato, però è andata così. Le Rose aprono le danze e subito viene in mente un film, senza Monica Vitti questa volta, una cosa come The Day After piuttosto. Mimiche da premio ed elettronica dal retrogusto honey-pop, tanto per iniziare.

I secondi in scaletta sono i Civil Civic. Un portento. Anche loro in duo, come le nuove ergonometrie del rock vogliono, in questi tempi duri per le band. Uno show elettrico e fibrillante. La chitarra imbizzarrita e si lancia in accordi e disaccordi terroristici. L’elettronica si armonizza in maniera più docile. Ben, al basso, invece, è un fottuto scalmanato, con tanto di cicatrici fresche in volto, come nella più piena tradizione delle risse post-sbronza, se pure se l’è procurate tuffandosi in mare e litigando con uno scoglio, a Genova, tre giorni prima. Insieme hanno un sound denso e increspato che infuoca la platea. Difatti, quando salgono sul palco We Have Band il pubblico è incandescente, altro che caldo. Del resto Pescara è la patria italiana della disco. Certo, lo stile è un po’ distante da quello dei figli di Moroder, ma la gente apprezza e i ballamenti sono da scalmanati. Il risultato? Dopo un paio di bis in gruppo ha finito il repertorio e gli tocca ripescare un pezzo dalla scaletta per tirarsi fuori. E tra l’altro non sembra che abbia tutta questa voglia di abbandonare il festival.

Fortuna che l’after show, alla Lampara, accontenta gli audaci fino a poco prima dell’alba. Il dj-set sarebbe durato anche di più se non fosse stato per le leggi di palazzo. La legge è uguale per tutti. Difatti non è vero che nel mainstream non piove, magari lì piove sempre sul bagnato,ecco tutto, ma è l’intera baracca che rischia di affogare. Bisognerebbe fare qualcosa. Inutile chiedere a D’Annunzio, lui vuole bene alla sua Pescara, però il super uomo è morto da un pezzo. Ma c’è uno scoiattolo cosmico che si aggira tra la folla è ha la stoffa dell’eroe. Speriamo solo che lui è l’Indierocket non siano una razza in via d’estinzione…

 

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